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Per i contratti della pubblica amministrazione, vi è l’obbligo della forma scritta ad substantiam, per cui la pubblica amministrazione non può assumere impegni o concludere contratti se non in forma scritta, né può darsi rilievo a comportamenti taciti o manifestazioni di volontà altrimenti date; tale principio trova applicazione non soltanto alla conclusione del contratto, ma anche all’eventuale rinnovazione dello stesso.

Questo quanto rammentato dall’ANAC con deliberazione 119/2023.

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Difatti, la forma scritta assolve dunque una funzione di garanzia del regolare svolgimento dell’attività amministrativa, permettendo di identificare con precisione le clausole destinate a disciplinare il rapporto contrattuale (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Civile, sentenza 13 ottobre 2016 n. 20690). Stante il principio generale del divieto del rinnovo dei contratti pubblici, l’unica forma di «rinnovo» ammissibile è quello espresso adottato con provvedimento espresso ed alle peculiari condizioni individuate dalla legislazione vigente.

Dunque, in deroga al generale principio di libertà della forma del contratto, ai sensi del R.D. n. 2440/1923, tutti i contratti conclusi dalla P.A. devono essere stipulati in forma scritta, a pena di nullità ex art. 1418 c.c., salvo i casi in cui la legislazione ammetta una deroga a tale forma.

Secondo giurisprudenza costante, invero, la stipula dei contratti con la Pubblica Amministrazione deve aver luogo, a pena di nullità, in forma scritta, ai fini della quale è necessaria la redazione di un apposito documento, recante la sottoscrizione della controparte e della persona fisica titolare dell’organo cui spetta il potere di rappresentare l’ente pubblico nei confronti dei terzi, dal quale possa desumersi la concreta instaurazione del rapporto, con le indispensabili determinazioni in ordine alla prestazione da rendere e al compenso da corrispondere.

Tale regime formale, funzionale all’attuazione del principio costituzionale di buona amministrazione, in quanto volto ad agevolare l’esercizio dei controlli e rispondente all’esigenza di tutela delle risorse degli enti pubblici contro l’assunzione d’impegni finanziari privi di adeguata copertura e non sorretti da una preventiva valutazione dell’entità delle obbligazioni da adempiere, trova applicazione ai fini non solo dell’instaurazione del rapporto, ma anche di eventuali successive modificazioni (tra le altre, Cass. civ. sez. VI, 23/02/2022, n. 5996; Cons. stato sez. II, 30/06/2021, n. 4978).

Ne consegue, altresì, l’inidoneità della fattura a rappresentare la forma scritta dell’accordo (Cass. civ. sez. III, 28/12/2021, n. 41790). La fattura commerciale, infatti, è un mero documento contabile avente formazione unilaterale, che non costituisce titolo negoziale e non fornisce alcuna prova riguardo l’esistenza del rapporto contrattuale su cui si fonda.

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