revoca assessore

Per indirizzo giurisprudenziale consolidato, l’atto di nomina e revoca di un assessore comunale da parte del sindaco configura NON un atto “politico” bensì di “alta amministrazione, in considerazione del fatto che:

  • esso non costituisce espressione della libertà (politica) commessa dalla Costituzione ai supremi organi decisionali dello Stato per la soddisfazione di esigenze unitarie ed indivisibili a questo inerenti” (cfr. Cons. Stato, sez. V, 28 febbraio 2023, n. 2071)
  • né risulta connotato comunque da libertà nei fini (cfr. Cons. Stato, sez. V, 27 luglio 2011, n. 4502), risultando piuttosto ben “sottoposto alle prescrizioni di legge ed eventualmente degli statuti e dei regolamenti” (cfr. Cons. Stato, sez. I, 20 maggio 2021, n. 936).

Rientrano invero tra gli atti di alta amministrazione quelli aventi ad oggetto la nomina di organi di vertice di amministrazioni e enti pubblici, rispetto a cui ben “sono configurabili posizioni giuridiche soggettive per la tutela delle quali è ammesso il diritto di azione” (cfr. Cons. Stato, sez. V, 2 agosto 2017, n. 3871; Id., n. 2071 del 2023).

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Quanto al perimetro del sindacato giurisdizionale sugli atti di alta amministrazione, per pacifica giurisprudenza, tali atti sono una species del più ampio genus degli atti amministrativi e soggiacciono pertanto al relativo regime giuridico, ivi compreso il sindacato giurisdizionale, sia pure con talune peculiarità connesse alla natura spiccatamente discrezionale degli stessi. Infatti, il controllo del giudice non è della stessa ampiezza di quello esercitato in relazione ad un qualsiasi atto amministrativo, ma si appalesa meno inteso e circoscritto alla rilevazione di manifeste illogicità formali e sostanziali. La stessa motivazione assume connotati di semplicità e il sindacato del giudice risulta complessivamente meno inteso ed incisivo (così Cons. Stato, sez. V, n. 4502 del 2011; Id., n. 936 del 2021; Id., n. 2071 del 2023).

Focalizzando l’attenzione sull’obbligo di motivazione degli atti di alta amministrazione, e segnatamente dei provvedimenti sindacali di revoca dell’incarico di un singolo assessore ai sensi dell’art. 46, comma 4, del d. lgs. n. 267 del 2000, nella giurisprudenza del Consiglio di Stato si è affermato ripetutamente (cfr. Cons. Stato, sez. V,19 gennaio 2017, n. 215; Id., 5 dicembre 2012, n. 6228) che la motivazione può basarsi sulle più ampie valutazioni di opportunità politico-amministrativa rimesse in via esclusiva al Sindaco, e segnatamente anche su ragioni afferenti ai rapporti politici all’interno della maggioranza consiliare e sulle ripercussioni sul rapporto fiduciario che sempre permanere tra il capo dell’amministrazione e il singolo assessore.

Focus sulla motivazione degli atti amministrativi

Ne consegue, pertanto, che la motivazione del provvedimento sindacale di revoca di un assessore:

  • deve necessariamente esserci in virtù della affermata natura di alta amministrazione dell’atto
  • assume connotati di marcata semplicità e può certamente coincidere con l’avvenuta recisione del rapporto di fiducia tra revocante e revocato in virtù di ragioni espressamente enunciate o comunque desumibili da atti e comportamenti documentati riconducibili all’indirizzo politico della maggioranza di governo dell’Ente locale.

In sintesi, basta che risulti evidente che la revoca, sebbene succintamente motivata, trovi fondamento in comportamenti dell’Assessore revocato che, agli occhi del Sindaco e della maggioranza consiliare usciti dalla consultazione popolare, sono apparsi sintomatici della scelta di non condivisione dell’indirizzo politico di detta maggioranza.

E tale motivazione, è certamente sufficiente a giustificare un giudizio di legittimità del provvedimento sindacale di revoca, tenuto conto della sostanziale insindacabilità delle ragioni di eminente matrice politica formalmente addotte a sostegno del venir meno del rapporto di fiducia tra Sindaco e Assessore.

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